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Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (dehoniani)
La parola che p.Dehon pone all'origine di tutto è: "noi abbiamo creduto all'amore" (I Gv 4,16). Il Cuore di Gesù è la manifestazione piena e definitiva dell'amore di Dio. Ma il Crocifisso dal costato trafitto (Gv 19,34), e il Risorto che dice a Tommaso: "metti qui il tuo dito ... e non essere più incredulo" (cfr. Gv 20,27), e il Redentore che dà la vita per noi (cfr. Gv 15,13) ci rimandano al mistero-fonte per eccellenza: l'amore di Dio Trinità. Sappiamo bene quale è il dramma della storia religiosa dell'umanità: la "paura di Dio" indotta dal peccato (cfr. Gen 3,8.10): tutto dipende, innanzitutto, dall'immagine che abbiamo di Dio. Orbene, il Salvatore dal costato trafitto ci ripete che "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16); che "Dio è amore" (I Gv 4,8); e ci invita a "credere all'amore" (cfr. I Gv 4,16). UN ITINERARIO DI FEDE E DI PREGHIERA Ciò che ci è chiesto è di riscoprire in noi stessi il vero volto di Dio come amore e ritornare a lui. E' un cammino di conversione. Non si tratta di chiudere gli occhi sulla realtà del peccato, ma di riconoscerlo perdonato e redento. Dunque anche scoprirsi salvati, non perché lo meritiamo, ma perché lui è buono. "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17). TESTIMONI DI SPERANZA Riconoscersi salvati e vedere anche gli altri - tutti - come salvati. Noi non potremo mai levare contro il mondo, o sulla storia un giudizio di condanna. Significherebbe non credere più all'amore che salva. Sappiamo al contrario che Dio ha una predilezione speciale per i piccoli, i poveri, i peccatori. Perciò siamo sempre e comunque testimoni di speranza. Abbiamo istintivamente un occhio di predilezione per quelli che stanno - o sono ritenuti - "dall'altra parte". Siamo tessitori di incontro, di dialogo, di riconciliazione. Sentiamo un bisogno profondo di essere buoni e misericordiosi, perché tale è Dio con noi. DISPONIBILITÀ E ABBANDONO Dio è amore e l'amore chiede di essere amato: come rispondere? P.Dehon non mette mai in primo piano il nostro impegno ascetico e la nostra virtù, bensì la fede e l'abbandono. - Abbandono nel "sì" e nel "grazie", per ciò che riguarda noi stessi e la nostra salvezza. Non pensare più a se stessi ("a noi pensa il Signore"). Dunque la via dei piccoli, l'infanzia spirituale; fiducia e disponibilità nelle mani del Padre; non aver progetti per sé ma piuttosto ascolto e obbedienza per amore. - Abbandono per ciò che riguarda gli altri, la nostra missione nel mondo e il modo di realizzarla. "ECCE VENIO" ED "ECCE ANCILLA" Come realizzeremo la nostra missione? Gesù che entra nel mondo, di fronte all'inefficacia degli antichi sacrifici, dice: "Ecco, vengo io a fare la tua volontà" (cfr.Eb 10,9); anche Maria "si fida" e ripete: "Ecce ancilla" (Lc 1,38). Noi abbiamo qui la sintesi di tutto ciò che p.Dehon ci ha lasciato: "In queste parole - "Ecce venio" ed "Ecce ancilla" - si trovano tutta la nostra vocazione, il nostro fine, il nostro dovere, le nostre promesse" (Direttorio Spirituale - I,3). "Ecce venio": cioè il sì dell'obbedienza a tutte le esigenze della nostra vocazione e missione, così come di volta in volta si presentano. Fino al sacrificio di tutta la nostra vita. IN UNA SPIRITUALITÀ APOSTOLICA Padre Dehon ha consumato tutte le sue energie per il vangelo e chiama noi a fare altrettanto. Ma non ci offre una concezione dell'apostolato che faccia perno sulle nostre opere. Gesù salva il mondo offrendo se stesso. Maria si associa a lui fin sotto la croce. San Paolo pone il centro della sua opera di apostolato nella "tribolazione" che deve sostenere per il vangelo e che lo associa alla sorte di Gesù agnello immolato per la salvezza del mondo. Anche per noi quello che conta è "rimanere offerti", vivere tutto come occasione di oblazione per amore: preghiera e lavoro, apostolato in senso specifico e vita nascosta, gioia e dolore, salute e malattia, ... La nostra vocazione ci ricorda che la condizione di anziani o l'impotenza della malattia possono aver maggior efficacia per la salvezza del mondo che non l'attività più fervida ed intelligente. Purché anche nella malattia si sappia vivere il proprio sì in unione a quello di Gesù, per amore. LA RIPARAZIONE La nostra è una "spiritualità oblativa riparatrice". La riparazione fa riferimento al peccato, al grande male che c'è nel mondo. Morendo in croce, Gesù effonde su di noi il suo Spirito e, liberandoci dal peccato, ci associa anche alla sua opera di salvatore. "In lui" anche noi possiamo "portare" il peccato del mondo. Riparazione è dunque continuare la sua opera. E' la nostra solidarietà con tutti quelli che sono oppressi dal male personale e sociale; è credere con loro - e a volte "al loro posto" - nella realtà della salvezza; è l'intercessione a cui Cristo ci ha abituati perché ci facciamo carico della sorte dei nostri fratelli; è l'impegno, continuamente riconfermato nella preghiera, a lottare accanto a chi cerca e ha diritto a una vita migliore. Riparazione è l'apostolato in tutte le sue forme, ma sempre mettendo la speranza in Dio e nella sua opera, perché è lui che salva: noi possiamo solo lasciarci guidare da lui. Riparazione è condurre i fratelli alla gioia di essere salvati, perché dal loro cuore di figli si innalzi il canto della riconoscenza. SECONDO IL MODELLO EUCARISTICO La nostra spiritualità è essenzialmente eucaristica. L'eucaristia ne è la fonte e insieme la sintesi e il modello. Nell'eucaristia, pasqua della nuova alleanza, Gesù ci rende sempre di nuovo partecipi della sua vita e insieme della sua sorte di agnello immolato per la salvezza. Vivendo la nostra offerta noi adempiamo al suo comando: "fate anche voi come io ho fatto" (cfr. Gv 13,15), e contribuiamo alla salvezza del mondo. La messa dell'altare si prolunga per noi nella "messa della vita", quando, assunti in lui, con il nostro sì viviamo nei fatti quello che abbiamo celebrato all'altare; e si prolunga nell'adorazione eucaristica, quando - facendoci carico di tutte le sofferenze e le speranze del mondo - intercediamo per quelli che Dio ci ha affidato. Poiché Gesù ha offerto se stesso, è questo ormai il culto che il Padre cerca nei suoi figli (cfr. Gv 4,23). Bisogna che tutta la vita diventi "offerta" (cfr. Fil 2,17; 4,18; Rm 1,9), così da rivivere quello che nella nostra carne manca ai patimenti di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). LA MISSIONARIETÀ E IL SOCIALE La nostra spiritualità dunque, e la stessa preghiera, devono avere un respiro universale. Padre Dehon non ha interpretato la "devozione al s.Cuore" in modo spiritualista o intimista. Glielo impediva la consapevolezza di un amore che salva tutti e ha particolari predilezioni per gli ultimi e i lontani e ce li affida. Non ci è consentito quindi pensare una spiritualità che si chiude in se stessa, senza slancio missionario, o una carità che non vada insieme alla giustizia, al rispetto dovuto ad ogni persona, al riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuno, all'impegno per la pace. La cattolicità e l'apertura di p.Dehon, il suo ecumenismo spirituale, sono parte essenziale dell'eredità che ci ha lasciato: una eredità che siamo impegnati ad alimentare e vivere non solo nella preghiera, ma con tutta la nostra vita. |